La Fotografia. L'Istante Decisivo. Ma anche quello un po' meno decisivo. \ Photography. The Decisive Moment. And also the one that’s a little less decisive.
L’Istante Fotografico. \ The Photographic Moment.
Mi piace partire da due frasi di Lucio Dalla, gigantesco cantautore italiano, per parlare di questo.
“Eh, eh, e poi, all'eterno ci ho già pensato
È eterno anche un minuto
Ogni bacio ricevuto dalla gente che ho amato” ( Siamo Dei )
“Ecco il mistero
Sotto un cielo di ferro e di gesso
L'uomo riesce a amare lo stesso
E ama davvero….” ( Balla Balla Ballerino )
Per me sono due concetti assolutamente fondamentali. Il primo è l’eternità dell’istante catturato. Questo è l’unico trucco di magia che noi esseri umani abbiamo per fregare il tempo. L’ inafferabile delicatezza del momento che termina nel momento in cui accade, assume una durevolezza, una consistenza, diventa materia, nella fotografia e con nessun altro mezzo. Perché - diciamolo - parliamo di fotografia quando arriviamo alla stampa. Viviamo purtroppo in un’epoca tanto ricca di immagini digitali, quanto povera di fotografia. Quello che cambia è la velocità di fruizione, la possibilità di visualizzare bene, di cogliere tonalità, tinte, dettagli. Il nemico rimane Instagram. Con lo scrolling continuo e rapidissimo, una velocità che ci fa perdere tutto. Contenuti, complessità, narrazioni strutturate e articolate, emotività più raffinate e sfumate. Si perde tutto. La spettacolarizzazione del nulla.
La seconda strofa ha un legame meno evidente con la fotografia. Però è altrettanto fondamentale. L’amore per questa meravigliosa forma espressiva è totalizzante. Per chi è un fotografo - che è un concetto diversissimo dal FARE IL FOTOGRAFO - è una necessità imprescindibile scattare. Esattamente come l’amore. Ed è a tutti gli effetti amore. Una forma d’amore. Questa prospettiva consente di affrontare cose molto molto impegnative. Pensate ad un reporter, ad un fotografo di guerra. Per affrontare determinate cose servono un determinato carattere e una forte determinazione. Ma sono indispensabili anche dei filtri. Uno di questi filtri è la macchina fotografica. Che in qualche modo è una barriera tra se e quel che si sta cercando di raccontare. Ecco, sotto quel cielo di ferro e gesso, la sensibilità rimane li. L’amore, la necessità che viviamo ogni giorno verso l’atto della fotografia rimane li. Da una parte è una tutela enorme. Questo non vuol dire che siamo isolati da quel che abbiamo di fronte. Ma esiste un dissonanza temporale ed una diversa capacità di affrontarlo, tutto qui. Quella necessità narrativa, quella forma d’amore verso questa meravigliosa forma d’arte ci aiuta, ci salvaguarda. E questo è l’altro filtro in gioco, che ci tutela enormemente. Poi bisogna comunque affrontarlo, quel che stiamo raccontando. E non è pensabile farlo isolandoci emotivamente da ciò che stiamo vedendo. Se fosse così non saremmo in grado di raccontare efficacemente quel che abbiamo intorno. Tanto è vero che spesso cerchiamo macchine fotografiche semplici, lineari e dirette. Il più discrete, invisibili e meno invasive possibili. Che interferiscano il meno possibile tra il nostro scattare ed il soggetto ripreso. Eppure quella linea, quel confine, esiste. Perché ci serve, che quel confine esista. A volte diventa vitale. Anche se sottilissimo. Da una parte la nostra macchina fotografica, dall’altra la nostra esigenza vitale - il nostro amore verso questa forma di comunicazione - che ci permette davvero di esporre noi stessi attraverso luci e ombre. Nostre e del mondo che ci circonda.
Così, come nella canzone di Dalla, “ È eterno anche un minuto , ogni bacio ricevuti dalla gente che ho amato”, diventano eterni anche quei momenti congelati, quei fotogrammi esposti attraverso la nostra emotività ed esigenza interiore. Siamo fotografi, non facciamo i fotografi.
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I’d like to begin with two lines from Lucio Dalla, a towering Italian singer-songwriter, to talk about this:
“Eh, eh, and then, I’ve already thought about eternity
Even a minute can be eternal
Every kiss I’ve ever received from the people I loved”
(Siamo Dei)
“And there lies the mystery
Beneath a sky of iron and chalk
People still manage to love
And they truly love…”
(Balla Balla Ballerino)
For me, these two concepts are absolutely fundamental. The first is the eternity of the captured instant. It’s the only magic trick we humans have to cheat time. The elusive delicacy of a moment, which ends the very second it happens, gains a kind of permanence, a solidity—it becomes a tangible thing—when we photograph it. No other medium can do that. Because—let’s be clear—we’re really talking about photography when we arrive at the printed image. Unfortunately, we live in an era rich in digital images but poor in actual photography. What changes is how we view images—the speed, the chance to truly see the nuances, tones, colors, details. Instagram remains the enemy: endless, rapid scrolling robs us of everything. Content, complexity, structured stories, subtle and refined emotion. It all disappears. The glorification of nothing.
The second lyric is less obviously connected to photography, but it’s just as essential. The love for this wonderful means of expression is total. For someone who is a photographer—something very different from merely working as a photographer—taking pictures is a vital need. It’s like love. In every sense, it is love. A form of love. This perspective allows us to handle some very demanding situations. Think about a reporter, a war photographer. To face certain realities, you need a particular personality and serious determination. You also need filters. One of these filters is the camera itself. In some way, it’s a barrier between you and what you’re trying to document. And right there, under that sky of iron and chalk, our sensitivity remains intact. Our love—this daily need to take photographs—stays there with us. On one hand, it’s a huge safeguard. It doesn’t mean we’re shut off from what’s happening. But there is a time gap and a different way of dealing with reality, that’s all. That storytelling need, that form of love for this wonderful art form, helps us and protects us. And that’s another filter in play that protects us tremendously.
Still, at some point you have to actually deal with what you’re portraying. You can’t truly do that while shutting yourself off emotionally from what you see. If you did, you wouldn’t be able to tell the story effectively. That’s why photographers often look for cameras that are simple, straightforward, direct—discreet, invisible, as nonintrusive as possible. Something that interferes as little as possible between the act of shooting and the subject. And yet that line, that boundary, does exist. We need it to exist. Sometimes it’s vital, even if it’s paper-thin. On one side is our camera, on the other is our vital urge—our love for this form of communication—that lets us expose ourselves through light and shadow, both ours and the world’s around us.
Just as Dalla sings, “Even a minute can be eternal, every kiss I’ve ever received from the people I loved,” those frozen moments—those frames shaped by our own emotions and inner needs—also become eternal. We are photographers; we don’t just do photography.
Le due strofe, assieme. \ BOTH LYRICS, TOGETHER.
Una magia che ferma un attimo. Una magia che congela un momento decisivo, che rende tangibile un atto d’amore. Che è l’atto del fotografo, con tutto quel che mette dentro alla sua fotografia, cercando di raccontare la sua visione del mondo. Cercando sempre di essere sincero e leale, verso il mondo e verso chi vedrà il proprio lavoro. Allora si che quella passione, che ci guida e si concretizza in quell’attimo cristallizzato di tempo, diventa un atto d’amore sincero verso il mondo. Questo a patto che stiamo cercando una narrazione sincera, onesta, leale. Senza inutili effetti speciali, spettacolarizzazioni fini a se stesse. Come qualsiasi gesto d’amore sincero e leale, in qualche modo troverà il modo di tornare indietro e di ripagarci in qualche forma della fatica fatta nello strutturare il nostro progetto. Il pubblico che osserverà le nostre foto se ne accorgerà. Piccolo o grande che sia, non importa, sarà il nostro pubblico e ci regalerà grandissime soddisfazioni. Ci regalerà una visione diversa del nostro lavoro, ci aprirà a nuove chiavi interpretative. O almeno a spunti inediti. Questo interscambio è impagabile.
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A magic that stops time for an instant. A magic that freezes a decisive moment, that makes an act of love tangible. It’s the photographer’s act, pouring into the photo everything they have inside, trying to show the world as they see it. Always striving to be honest and true, both toward the world and toward anyone who will later look at their work. In that case, the passion that drives us and takes shape in that crystallized sliver of time becomes a sincere act of love toward the world—provided that we’re looking for a genuine, honest, and loyal narrative, without pointless special effects or spectacle for spectacle’s sake. Like any sincere gesture of love, in some way it’ll find its path back to us and pay us back for the effort of building our project. Our audience—whether big or small—will notice. It’s our audience, and it will reward us with enormous satisfaction. It’ll offer us new perspectives on our work and open up different interpretive angles—new ideas, at the very least. This exchange is priceless.
L’Istante Un Po’ Meno Decisivo. \ The Not-So-Decisive Moment.
Parliamoci chiaramente. La fotografia è un linguaggio complesso. Già la singola foto, la lettura di una singola foto, può essere una cosa decisamente complicata. E come ogni linguaggio, per essere padroneggiato, necessita di conoscere alcune regole. A maggior ragione se parliamo di interi progetti fotografici. Dove l’alternanza e la sequenza delle foto, la loro strutturazione in un percorso\discorso diventa tanto importante quanto l’efficacia del singolo grande scatto. Nell’alternare le foto andranno valutate inquadrature, dinamicità, ritmo della narrazione, estetica, coerenza. Esattamente come in un libro. Ci saranno sempre foto che sono una narrazione in se. Che da sole raccontano un attimo significativo. Che da sole raccontano una storia, a volte addirittura una storia molto complessa. Nel caso di capolavori, di momenti talmente esemplari, evidenti, importanti, da diventare iconici. Non tutte le foto sono così. Ci sono momenti non così decisivi che all’interno di una narrazione possono semplicemente funzionare da collante narrativo, da elemento di giunzione tra diverse parti del discorso. Da raccordo. Esistono momenti sospesi.
Oppure no, possono esistere interi progetti interamente costruiti su foto che già da sole basterebbero a spiegare una storia, ma insieme formano un insieme con un livello significativo ancora diverso. Non ci sono limiti. Però abbiate la pazienza e la voglia di sviluppare un occhio ed una sensibilità tali da capire le diverse tipologie di foto. Di capire le complessità del linguaggio fotografico.
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Let’s be clear: photography is a complex language. Even reading a single photo can be tricky. And like any language, to master it, you need to know a few rules. That’s all the more true if we’re talking about entire photographic projects—where the interplay and sequence of images and how they’re arranged in a flow or narrative are as important as the impact of any single photo. When alternating photos, you have to think about framing, dynamics, pacing, aesthetics, coherence—just like in a book. There will always be shots that form a story in themselves, that capture a significant moment all on their own. Sometimes they even convey a very complex story on their own, and if we’re talking about masterpieces, moments so iconic they practically speak for themselves. Not all photos are like that. There are less decisive moments that, within a larger narrative, simply serve as narrative glue, bridging different parts of the story—like connecting tissue. There are suspended moments.
Or perhaps there are entire projects made up only of images that can each stand on their own to tell a story, but when put together, they create a deeper meaning. There are no limits. But be patient and willing to develop the eye and sensitivity to understand the different types of photos, and to understand the complexities of photographic language.
La Libertà Creativa. \ Creative Freedom.
“ I mediocri imitano. I geni copiano”. Diceva Pablo Picasso. Può darsi che sia così, o forse no. O forse in parte. Personalmente credo che le ispirazioni siano contemporaneamente indispensabili e inevitabili. Ma allo stesso tempo bisogna farci estremamente attenzione. Viviamo in un contesto sociale, bombardati da stimoli ogni giorno. Inevitabilmente siamo influenzati dal mondo che ci circonda. E inevitabilmente siamo noi a crearci il mondo che ci circonda. Specie in epoca digitale con gli algoritmi che decidono quel che dobbiamo vedere e quel che non dobbiamo vedere, che si basano su nostre azioni pregresse, più o meno complesse. Dobbiamo avere il coraggio e la forza di confrontarci anche con ciò che non corrisponde al nostro sistema di valori e alla nostra visione del mondo. Dobbiamo salvaguardare ad ogni costo la nostra capacità di sorprenderci. Ed anche quella di perdersi. Poter spaziare tra più elementi e riferimenti possibili senza farci impigrire dalla nostra zona di confort, per poi scegliere che direzione dare alla nostra vita e di conseguenza alla nostra fotografia. Una volta all’anno decidiamo di provare ad affrontare un tema, o un genere fotografico, o un progetto, che esuli completamente dalle nostre abitudini, dalle nostre zone di sicurezza più consolidate.
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“Mediocre artists imitate. Great artists steal,” said Pablo Picasso. Maybe that’s true, maybe not, maybe just partly. Personally, I believe that inspirations are both indispensable and inevitable, but at the same time we have to be very careful with them. We live in a society where we’re bombarded with stimuli every day. Inevitably, we’re influenced by the world around us—and we ourselves create the world around us. Especially now, with digital algorithms deciding what we should see and shouldn’t see, based on our past actions, however complex. We have to protect our ability to be surprised at all costs, and even our ability to get lost. We should be able to wander among as many elements and references as possible, without letting our comfort zone make us lazy—so we can then decide which direction we want our life to take, and therefore our photography too. Maybe once a year, we should try tackling a theme, or a photographic genre, or a project that’s completely outside our usual comfort zone.
Il Pantheon, in un gioco di luci. A play of light inside the Pantheon. In black and white.
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